In ricordo di Giovanni Gentile G. Marchetti
di Edoardo Balletta, Hector Rodriguez De La O, Valeria Stabile, Laura Alicino
Pubblicato: 10 settembre 2026 | In Ateneo
Giovanni Gentile Giuseppe Marchetti, illustre e amato professore di letteratura latino-americana presso questo dipartimento, è scomparso, lasciando un vuoto profondo in tutti/e noi del LILEC, dipartimento di cui era stato, sul finire della carriera anche direttore, in un periodo di profonde e controverse trasformazioni. Figura amata nel mondo della letteratura, in particolare della poesia, e da chi lo conosceva come collega sia in Italia sia in America Latina, era uno studioso che, senza spocchia e formalismi, si distingueva per rigore scientifico e accademico, ma vogliamo qui ricordarlo soprattutto per la sua eccezionale cordialità, gentilezza e generosità, e per la profonda umanità con la quale ha svolto il suo ruolo di mentore di tante generazioni di studenti e studentesse ai quali ha trasmesso la sua grande passione e il suo grande impegno per l’America Latina, e in particolare per il Messico, paese che amava e da cui a sua volta era amato. E che lo ha accolto in questo suo ultimo viaggio
La commozione e lo sgomento dimostrati da coloro che hanno studiato con lui in tutti questi anni, anche coloro che vivono ora lontano da Bologna ci spinge a sottolineare, ancora una volta, che è stato un insegnante appassionato e amato da tante generazioni che non solo ha saputo guidare nello studio e nella stesura di tante tesi di laurea e di dottorato, ma che ha anche, qualità ben più rara, saputo accompagnare e supportare nelle difficoltà che questi giovani uomini e giovani donne si trovavano ad affrontare nella loro vita quotidiana: la stanza di Giovanni per loro era sempre aperta. Nel suo impegno come ricercatore le questioni culturali e storiche di Nuestra America sono state centrali e, nonostante la discrezione che lo caratterizzava, sono diventati contributi centrali, come per esempio il suo lavoro sui rapporti tra gli intellettuali gesuiti espulsi dalla Nuova Spagna e accolti in Europa è stato, e continua ad essere, un'opera di riferimento e una risorsa didattica fondamentale. Forse il suo scritto più importante è il saggio Cultura indigena e integrazione nazionale: la storia antica del Messico di F. J. Clavijero (1980), tradotto in spagnolo, che rimane un punto di riferimento tra gli specialisti. Riflettendo, infatti, sull'opera del gesuita messicano esiliato nella Bologna del XVIII secolo, Giovanni ricorda la difesa da parte di Clavijero delle terre e dei popoli del cosiddetto Nuovo Mondo, attaccati e considerati inferiori da alcuni intellettuali "illuministi" europei. Attingendo anche alle riflessioni sull'opera di Antonello Gerbi, egli individua in questo un elemento cruciale per l'integrazione nazionale di quello che sarebbe diventato il Messico e per la costruzione di un’identità profondamente radicata nelle culture indigene. L’interesse per questi temi ha certamente costituito il nucleo più continuo e profondo della sua attività intellettuale, che lo aveva reso un esperto, forse unico esempio in Italia, di lingua nahuatl di cui continuava l’insegnamento presso il nostro dipartimento mentre, già in pensione, proseguiva a lavorare all’opus magnum della traduzione all’italiano dell’opera del religioso francescano Bernardino de Sahagún. Un’opera che porterà avanti la sua scuola, composta da docenti che lavorano in ogni spazio della ricerca e della formazione, e avranno la responsabilità di salvarla perché possa essere disponibile, nonostante la sua improvvisa scomparsa. Anche la contemporaneità del Messico, però, non è rimasta estranea ai suoi interessi, con gli studi sull’opera dell’amico scrittore Carlos Montemayor (anch’egli purtroppo scomparso), grande esperto e promotore della poesia nelle lingue indigene del Messico nel nuovo millennio. In un altro articolo pioneristico per quel tempo (“Altra poesia: le radici europee e indigene delle tradizioni popolari-iberoamericane”, 2007) Giovanni approfondisce l'analisi e il significato della poesia indigena contemporanea individuandone un elemento fondamentale: quello di una poesia che non si limita solo a trasmettere un’eredità culturale radicata nel passato, ma parla del mondo contemporaneo, è poesia viva.
Questi interessi si rifletteranno anche in aula, dove, oltre ai corsi di letterature ispano-americane si occuperà, come si è ricordato, di introdurre in Italia lo studio del nahuatl, seconda lingua più parlata in Messico ed una delle oltre 60 lingue native di quel paese che tanto amava. Questo corso, molto apprezzato dagli studenti del Dipartimento, aveva richiamato studenti anche di altre discipline fino a pochi mesi fa.
Ciò che però ci preme di più, al di là dell'importanza della sua ricerca e del suo insegnamento, è ricordare la persona, il suo modo di stare nel mondo. Giovanni, nel suo lavoro intellettuale, nei suoi studi e nel suo rigore, possedeva una vera e propria "anima popolare", come una sua amica ha ricordato. Era una persona dotata di una rara sensibilità umana che gli permetteva di relazionarsi e comunicare con gli altri al livello più autentico e profondo. Allo stesso tempo, faceva sì che questa comunicazione fosse improntata alla spontaneità e alla semplicità, alla genuina curiosità e al rispetto. Collegato a questo possedeva una delle virtù che Edward Said riteneva indispensabile negli intellettuali, ovvero l’“amateurism”, quell'approccio ai propri studi che evita la creazione di linguaggi specialistici eccessivamente complessi, inaccessibili alle persone comuni o inesperte. Giovanni, non aveva bisogno di quel tipo di specializzazione eccessiva o esagerata che avrebbe finito per allontanarlo anche dalle persone straordinarie – come le grandi amicizie che coltivava nel mondo della poesia! – che non appartenevano necessariamente al mondo accademico, ma che lo nutrivano e che sicuramente hanno influenzato il suo modo di vivere nell’università. Ma forse la qualità più importante nell'ambito dei suoi studi e della sua vita tutta, e ciò che ha portato molti a considerarlo non solo un insegnante, ma un amico, un compagno, non solo in Italia ma anche in Messico, era la sua capacità di diventare un “altro”, di diventare quell' “altro” a cui ci si avvicinava, curioso, ammirato, rispettoso; stando accanto a quell' “altro”, accompagnandolo, ponendogli domande e ascoltandolo, riusciva a parlare dal luogo dell'incontro, a diventarne complice; nel suo caso, diventava messicano per parlare del Messico, dal Messico, al Messico; e portava tutto questo qui a Bologna per condividerlo. E la cosa straordinaria è che i messicani lo riconoscevano e lo riconoscono tuttora come uno di loro. Il suo intenso e appassionato rapporto con il Messico è stato letteralmente questo: diventare quell' “altro”. Uno di loro, uno di noi: loro lo riconoscevano, noi lo riconoscevamo e lo riconosciamo come uno di noi. Essere ponti, come forma radicale di umanesimo: è questo forse il traguardo che lo studio può offrire a un essere umano: renderlo ancora più umano, aggiungere umanità alla sua umanità. Questa, crediamo, è la sua più grande lezione, la sua eredità che avremo la responsabilità di portare.